PASCULLI AL FOOTBALL JERSEY EXPO DI TORINO RACCONTERÒ LE MAGLIETTE DELLA MIA VITA 

Quanti calciatori possono vantare di essere stati compagni di squadra, di nazionale, e addirittura di stanza del calciatore più forte di tutti i tempi?

Quanti possono raccontare di aver condiviso con lui le emozioni, le paure, quelle sensazioni di impotenza e impazienza che scandiscono le lunghe attese precedenti non partite qualsiasi, ma quelle che ti portano a diventare campione del Mondo?

La risposta è semplice. Uno solo: Pedro Pablo Pasculli.

Origini italiane, nato in Argentina, segno distintivo: bomber.

Nel suo destino il futbol, l’Albiceleste e soprattutto lui: Diego Armando Maradona.

Il compagno di squadra, di nazionale, e di stanza che tutti avrebbero voluto avere.

Sarà proprio Pasculli uno dei protagonisti assoluti del maxievento internazionale “Football Jersey Expo’”, la più grande rassegna compravendita/scambio di magliette da calcio, che si svolgerà, il 26 e il 27 settembre, presso l’Allianz Stadium, di Torino.

Football Jersey Expo sarà curato dalla giornalista, editorialista sportiva e Rappresentante di Interessi alla Camera dei deputati per lo sport e il collezionismo, dottoressa Sabrina Trombetti.

Pedro cominciamo dall’ inizio: Il tuo esordio nel 1978, a Colon, tra i professionisti. Quale, a quasi 50 anni di distanza, è il ricordo più nitido, quello che non dimenticherai mai?

Il calcio è sempre stato nel mio destino, fin da quando ero bambino.

Sono nato a Santa Fe nello stesso quartiere dello stadio del Colon; il campo era ad un chilometro da casa mia.

Ricordo che andai a chiedere io stesso di partecipare ad un provino per entrare nelle squadre giovanili.

Il passaggio e l’ esordio in prima squadra furono una doppia gioia: giocavo con la maglia del quartiere in cui ero nato e avevo mosso i primi passi da calciatore, la mia famiglia, gli amici tutti allo stadio.

Cosa potevo volere di più?

Avevo 18 anni appena compiuti.

Il mister mi disse quello che tutti i giovani si aspettano di sentire: gioca come sai, come se fossi nel settore giovanile. E divertiti.

Anche in campo avevo la massima stima e la fiducia dei miei compagni che conoscevano molto bene le mie doti sottoporta.

Quale era il livello del calcio argentino dell’epoca?

Il livello era molto competitivo, il calcio sudamericano è sempre stato spettacolo e fantasia.

Forse, in generale, non era molto tecnico, però il livello era abbastanza buono non scordiamoci che l’astro nascente del calcio mondiale, Diego Armando Maradona aveva già esordito, e che ad eccezione di Kempes che giocava nel Valencia tutti i futuri campioni del mondo argentini militavano.

Autentici fenomeni.

Il 1978 è anche un anno magico per tutti gli argentini coincide con la vittoria del primo mondiale dell’Albiceleste.

Cosa ricordi del regime Videla, della polemica per la mancata convocazione del giovanissimo Maradona e soprattutto di quello che fu l’eroe per eccellenza: Mario Kempes…

Si è discusso moltissimo, forse anche troppo, su come il regime possa aver condizionato e influenzato il risultato finale.

Sinceramente preferisco non parlare di politica ma di futbol.

La diatriba tra Menotti e Maradona monopolizzò l’attenzione pubblica e destò molto scalpore all’epoca.

Tutti gli argentini, io compreso, pensavano che Diego, nonostante la giovane età, meritasse di diritto un posto in quella nazionale.

Parlai spesso di questa cosa con lui e mi confessò che visse quella mancata convocazione come un’ingiustizia, una grandissima delusione, un improvviso ed ingiusto colpo basso.

Non se lo aspettava e soprattutto non lo meritava.

Al suo posto venne scelto Alonso del River Plate

Ad onor del vero, posso dire che Alonso era un vero numero 10, un fenomeno.

Come calciatore non si discute assolutamente.

In quei mesi circolavano molte voci di corridoio più o meno vere e altre dicerie, tra le quali quella secondo cui il capitano Daniel Passarella non voleva Diego.

La realtà spesso ha molte sfaccettature…

Al netto di tutto questo, voglio sottolineare che quella del 1978 fu una delle migliori nazionali di sempre del calcio argentino.

Passarella, Luque, Ardiles, Bertoni e poi lui, l’eroe per eccellenza del Mundial: Mario Kempes

È inutile dire che Kempes era l’idolo dell’ Argentina intera.

Un calciatore strepitoso, un autentico fuoriclasse ci portò alla vittoria a suon di gol e da vero condottiero.

È stato un fenomeno assoluto.

Dopo Diego, che è un’icona unica ed inarrivabile del calcio mondiale, e Leo Messi, subito dopo c’è lui, El Matador.

Mario poi, dopo anni lo conobbi personalmente perché abbiamo lavorato insieme in Indonesia: una persona straordinaria.

L’arbitro della finale tra Argentina e Olanda fu l’italiano Gonnella: dopo la sconfitta gli olandesi criticarono aspramente il suo operato vero?

Vidi la partita in televisione.

Come tutte le finali di un campionato del mondo fu molto tirata; anche gli olandesi erano fenomeni, mancava Cruijff ma gli altri non erano da meno.

Gonnella fu esemplare, ebbe molta personalità a gestire anche gli umori di uno stadio stracolmo.

La sua direzione di gara lineare ed equilibrata privilegiò sempre il gioco e non influì in nessun modo sul risultato.

Per una partita così importante venne scelto l’arbitro migliore e il campo confermò la bontà di quella decisione.

Tornando a te Pedro, dopo sei stagioni in cui fosti protagonista nel campionato argentino arriva anche la convocazione in Nazionale. Cosa puoi raccontare?

Credo molto nel destino e il mio, soprattutto in Nazionale, è legato senza dubbio a quello di Carlos Bilardo, il mister che prese il posto di Menotti dopo il mondiale in Spagna del 1982.

A differenza di Menotti che si concentrava soprattutto sui calciatori che militavano nei grandi club come Boca e il River, el naricon come è soprannominato Bilardo seguiva i giovani anche delle squadre cosiddette minori.

Uno dei suoi grandi segreti, se così vogliamo chiamarlo, era lo staff.

Il suo vice, Carlos Pachamé, era un vero maestro soprattutto con i più giovani, li spronava, gli dava fiducia, li faceva sentire parte integrante della squadra.

A metà degli anni Ottanta, dopo la parentesi all’Argentinos Junior con Maradona, arrivi in Italia in quello che era considerato il campionato più bello e difficile del mondo: la ROMA di Falcao, la Juve di Platini, l’Udinese di Zico, l’Inter di Rumenigge, il Milan degli olandesi.

Sbarchi a Lecce: influirono nella scelta le tue origini pugliesi?

Nel 1984/85 in Argentina avevo vinto tutto: campionato, titolo di capocannoniere e la prospettiva della finale di Coppa Intercontinentale contro la Juventus di Platini.

Nonostante questo, e ben 28 gol in stagione la società mi convocò e fu molto chiara: Ti dobbiamo vendere.

Il motivo era chiaro: avevo molto mercato e dalle giovanili scalpitava per venire in prima squadra quel Claudio Borghi, appena ventenne, di cui si innamorò poi Berlusconi tanto da portarlo al Milan contro il parere di Sacchi.

Devo essere sincero sapevo che c’erano squadre importanti che mi cercavano ma ero all’oscuro delle trattative sui nomi delle pretendenti.

Seppi, in seguito, che c’erano tre squadre interessate;

il National de Medellin (di cui il proprietario era il patron del narcotraffico mondiale di cocaina, Pablo Escobar) l’Atletico di Madrid e una squadra in Italia, di cui mi dissero che stava salendo in serie A.

A questo punto della storia, arrivato ad un bivio devo confessare che nella mia decisione fu decisivo proprio Maradona.

Avevo fatto già amicizia con Diego in Argentina, non solo in Nazionale ma soprattutto durante i due anni e mezzo trascorsi insieme nell’Argentinos, prima del suo trasferimento in Spagna al Barcellona.

Ricordo che mi diede casa, mi fece conoscere la sua famiglia e i suoi genitori.

Scelsi la serie A perché seguii Maradona che l’anno prima andò proprio in Italia al Napoli.

Non sapevo di Lecce, all’epoca, in Argentina, conoscevamo solamente le città più grandi e importanti: Roma, Milano, Torino, Firenze, e naturalmente Napoli per Diego.

Non seguivamo il calcio italiano.

Era una cosa del tutto nuova.

La scelta comunque fu estremamente positiva.

Lecce è molto accogliente, sono stato benissimo.

A posteriori, dopo tanto tempo, forse commisi solo un errore: dopo tre anni, una volta finito il contratto, sarei dovuto andare via.

Avrei dovuto cambiare squadra.

Avevi delle altre richieste in Serie A?

Una su tutte: la Fiorentina.

Ero la prima scelta per sostituire Ramon Diaz che andò all’Inter di Trapattoni.

Ricordo, anche, di un forte interessamento da parte della Lazio.

Rimane il rammarico di non aver giocato in una squadra che puntava allo scudetto, quantomeno che si giocava le Coppe.

Da campione del mondo in carica penso che la mia fosse una pretesa più che legittima.

Detto questo, ribadisco che di Lecce ho un ricordo meraviglioso ed indelebile sia della città che dei suoi tifosi.

Il 1985 fu l’anno della tua consacrazione: oltre che per l’arrivo in Serie A soprattutto per i gol che furono decisivi alla qualificazione dell’Argentina al Mondiale. Non se ne parla spesso ma quello fu un girone di ferro, deciso all’ultima giornata grazie ad un pareggio con il Perù in cui proprio tu fosti protagonista. Una pagina importante?

È giusto ricordare che l’Argentina a soli 15 minuti dallo scadere dell’ultima partita del girone contro il Perù era fuori dal Mondiale di Messico 86.

Ci salvò il pareggio in extremis.

Oltre al gol in quella gara complicatissima contro i peruviani mi piace ricordare come fu fondamentale anche la mia doppietta, in trasferta, alla Colombia.

Potete solo immaginare cosa significava andare a giocare in quei campi negli anni Ottanta.

Il girone sudamericano, all’epoca, era una guerra contro tutti che iniziava già da quando sbarcavamo in aeroporto e proseguiva in albergo quando i tifosi avversari con urla e tamburi ci tenevano svegli tutta la notte.

Ricordo un altro fatto emblematico che ci capitò una domenica: chiusero mister Bilardo dentro uno stanzino per non farlo sedere in panchina.

A giugno 2026 saranno passati 40 anni dal Mondiale in Messico: non partivate favoriti nonostante le ottime prestazioni nel mundial 82.

Maradona, in uno stato di grazia forse superiore anche a quello di Italia 90 fu decisivo in campo e anche fuori… quale fu, invece, il ruolo di mister Bilardo e della sua strategia?

Penso che nell’86 si sia visto il miglior Maradona di sempre, in assoluto.

Essere suo compagno di squadra, assistere dal vivo alle sue magie in allenamento e in partita fu un privilegio unico.

Non esistono parole adeguate per descrivere la perfezione di quelle giocate.

In Messico, oltre a Diego, fu decisivo avere anche l’allenatore giusto.

Ricordo che i mesi precedenti al Mondiale perdemmo in gare amichevoli contro squadrette e ci furono diverse polemiche, la sostanza era questa: a Bilardo non lo volevano.

O meglio, la politica rappresentata dal presidente federale Grondona voleva assolutamente sostituirlo. Maradona si oppose.

Ancora una volta ebbe ragione Dieguito?

Esatto.

Diego nel 1986 aveva 26 anni. Il suo fisico era perfetto, pesava 74/75 kg.

Sapeva benissimo che quello sarebbe stato il suo mondiale.

Anche Bilardo aveva visto la condizione strepitosa di Maradona e il suo grandissimo merito fu di scegliere gli uomini giusti da affiancargli.

Mi convocò perché sapeva benissimo che le mie caratteristiche si adattavano perfettamente al gioco che avevano in mente lui e Diego.

L’allenatore giusto con i calciatori giusti, con l’uomo in più, Maradona

Questa è stata l’ Argentina campione del mondo in Messico.

E’ iconica la foto tua e di Maradona portati a spalla da due tifosi con la Coppa nelle mani: non solo compagni di squadra ma anche di stanza durante quel mese indimenticabile: puoi svelarci le vostre confidenze magari proprio prima delle partite più importanti come Inghilterra e Germania?

La grandezza di Diego consisteva nel fatto che non ti faceva mai pesare di essere il migliore del mondo.

Potrà sembrare strano raccontarlo ma si comportava come se Maradona fossimo tutti noi.

Ci faceva sentire i più forti, ci caricava nei momenti più difficili, ci incoraggiava a non mollare.

Sempre positivo anche prima delle gare più importanti.

Stemperava sempre la tensione, dopo l’allenamento faceva gruppo, bevevamo tutti insieme il mate.

Con Diego ci sentivamo invincibili.

Cosa hai conservato di quel Mondiale?

Oltre ai ricordi indelebili anche qualche cimelio come magliette, palloni, scarpini ed altri memorabilia?

Ho conservato la Coppa che ci diede la Fifa. Naturalmente le magliette delle partite, i gagliardetti.

In quei momenti di gioia assoluta è come vivere un sogno.

Non pensi al futuro ma all’attimo. Sei concentrato solo su ciò che stai vivendo, sarebbe impossibile riuscire a pensare ad altro.

Da oltre 20 anni hai intrapreso la carriera di allenatore in molti paesi del mondo.

Hai lavorato molto e benissimo con i giovani: chi meglio di un campione del mondo per giunta con la tua esperienza può dare consigli fondamentali per la crescita e il miglioramento della carriera: sei in attesa di una panchina tra i professionisti?

Mi piacerebbe molto.

In particolare nel settore giovanile perché

posso trasmettere soprattutto alle nuove leve i tantissimi segreti che ho imparato nella mia lunga carriera in Italia e all’estero.

È un peccato constatare come in Italia non si punti più sulle scuole calcio e le accademie.

In Argentina abbiamo già due tre giocatori di livello per il dopo Messi come Nico Paz e Suole’.

Giocatori di calibro mondiale escono sempre.

La mia prerogativa è lavorare con la mentalità argentina, sudamericana che è sempre vincente.

Del resto, nel calcio come nella vita parlano i risultati e nel caso mio lo dimostra aver giocato tanti anni a fianco di Maradona e aver vinto anche un campionato del mondo

Ultimissima domanda.

La più difficile: meglio Di Stefano, Maradona o Messi?

Non è la più difficile.

Anzi, almeno per me, è la più scontata.

Diego non ha eguali e fidatevi perché ve lo dice chi lo ha visto da vicino.

Come Maradona non c’è stato e non ci sarà più nessuno…

È stato un vero amico…

A.R.M.