Vladimir Vladimirovič Putin si trova all’apogeo della Federazione Russa dall’ormai lontano 26 marzo 2000, non considerando la stessa carica ricoperta ad interim dal 31 dicembre 1999.
Vladimir Putin nacque a Leningrado, oggi San Pietroburgo, il 7 ottobre 1952. Proviene da una famiglia estremamente umile ed è un fervente ortodosso.
Nel 1970, il giovane Vladimir si iscrisse all’università degli studi di Leningrado, alla facoltà di Giurisprudenza dove conseguì la laurea nel 1975. Li conobbe il suo relatore, colui che sarebbe poi diventato il suo mentore politico, Anatolij Aleksandrovič Sobčak.
Nel 1983 sposò Ljudmila Aleksandrovna Putina, nata Škrebneva, con la quale intrattenne una relazione fino al 2014, anno del loro divorzio.
Dalla loro unione, nacquero Maria Voronstova ed Ekaterina Putina.
Per comprendere appieno l’ascesa al potere di Putin, occorre necessariamente balzare indietro negli anni fino al 1984.
Proprio in quell’anno, Putin entrò in servizio nel K.G.B: il Comitato per la Sicurezza dello Stato.
I servizi segreti russi.
Vi rimase fino al 1989 come agente inviato sul fronte della cortina di ferro in Germania dell’Est, a Dresda. Ufficialmente come traduttore.
In seguito ai disordini culminati con la periodizzante caduta del muro di Berlino, tornò a San Pietroburgo e gli venne proposto l’incarico di vicesindaco della stessa città, proprio al fianco di Sobčak, il suo maestro politico.
Successivamente, uno scandalo giudiziario sancì la fine della sua prima esperienza amministrativa e, nel 1986 decise di trasferirsi a Mosca.
Fu prontamente contattato da Alexei Bolshakov, alto funzionario del Cremlino (baluardo e residenza del Presidente della Federazione Russa), che lo inserì nell’entourage dell’allora Presidente Boris Nikolaevič El’cin: primo Presidente della neonata Federazione Russa, in carica dal 1991.
Il Presidente El’Cin, nel 1993, ritenne opportuno attuare una riforma dell’ordinamento politico e,promulgando il decreto presidenziale n.1400/1993, annunciò un netto stravolgimento del sistema elettorale, l’entrata in vigore di una nuova Costituzione e la genesi di un’assemblea federale, composta dalla Duma di Stato e dal Consiglio della Federazione Russa.
La nascita di questo organo si rese necessario in seguito alla soppressione del Soviet Supremo: l’acme legislativo e rappresentativo dell’ormai ex Unione Sovietica.
Il nuovo sistema elettorale venne definito “perfettamente misto”, giacché costituito da un sistema proporzionale e uno maggioritario. La Duma fu quindi composta da 225 deputati eletti con il sistema proporzionale ed altrettanti 225 con quello maggioritario.
Nel 1993, la Russia ebbe la sua nuova Carta Costituzionale, votata con il 58% dei consensi al referendum.
El’Cin, non fu però in grado di traghettare la Russia, la quale a causa dell’impetuosa e discrasica crisi economica che affliggeva il paese: conseguenza diretta dell’epilogo del’Unione Sovietica, coevemente e finanche alla privatizzazione delle imprese, sancita dalla Perestrojka promulgata da Michail Sergeevič Gorbačëv , ultimo Presidente dell’URSS e fautore della dissoluzione della stessa. Dilaniò le finanze russe portando alla diminuzione del prodotto interno lordo fino al 17%.
Nel 1998, il valore del Rublo, la valuta russa, fu ai minimi storici, perdendo oltre il 70% del potere d’acquisto.
Lapalissiana conseguenza fu l’aumento cospicuo dell’inflazione, arrivando sino al 14% e al deprecabile default.
Negli stessi anni, la criminalità e le mafie acquisirono potere, mentre le politiche attuate dal Presidente El’Cin risultarono deleterie per la giovane Federazione Russa.
Le disdicevoli e preminenti decisioni di El’Cin portarono alla totale anarchia: ebbero luogo innumerevoli moti e sobillazioni popolari, culminati con il bombardamento della Casa Bianca di Mosca, il 4 ottobre 1993. Vi perirono la vita 187 civili e ne rimasero feriti 437.
Ne conseguì un ampio depauperamento economico.
Il punto di non ritorno fu la sugellatura dell’accordo di pace siglato con la Cecenia per porre fine al primo conflitto, nel 1996. Dacché la popolazione russa non riteneva plausibile un accordo.
Il 9 agosto del 1999, dopo un’interminabile serie di consultazioni tenutesi con i suoi più vicini collaboratori, El’Cin decise di affidare la carica di Primo Ministro all’allora sconosciuto Vladimir Putin, da poco insediatosi come direttore dell’F.S.B: il servizio federale per la sicurezza della Russia, nato dalle ceneri del K.G.B. sovietico.
Nell’autunno del 1999, una serie di attentati dinamitardi attribuiti alle milizie cecene, sconvolsero la
Russia e furono il pretesto per sferrare un secondo attacco militare in Cecenia, dopo quello avvenuto tra il 1994 e il 1996.
Putin promise, noncurante delle ripercussioni, lo sterminio totale dei terroristi e il ripristino dell’ordine pubblico.
A dispetto della prima guerra russo-cecena, il secondo conflitto ebbe un ampio consenso tra i russi.
Ne giovò soprattutto Putin.
In riferimento ai criminosi attacchi in Cecenia nel 1999, la giornalista russa Anna Stepanovna Politkovskaja, venne crivellata da un sicario il 7 ottobre 2006 in circostanze assai sospette, in seguito alla pubblicazione di un’inchiesta condotta sull’attacco russo in Cecenia.
Inoltre, furono avvelenati altri giornalisti, tra cui Aleksandr Val’terovič Litvinenko e Viktor Juščenko.
Quest’ultimi, indagarono sulle vessazioni dell’esercito russo nello stesso conflitto.
Il 31 dicembre dello stesso anno, a ridosso del nuovo millennio, Putin si trovò obbligato a ricoprire ad interim la carica di Presidente Federale, a seguito delle dimissioni rassegnate da El’Cin lo stesso pomeriggio e annunciate pubblicamente attraverso gli apparecchi televisivi.
L’ormai ex primo ministro Putin, diresse la Russia fino alle elezioni presidenziali del 26 marzo 2000, cui concorse e vinse con il 58% dei consensi, ovvero 39 milioni di voti a favore.
Le suddette elezioni vennero definite “formali” poiché non vi fu alcun candidato valido oltre Putin.
Solamente l’esponente del Partito Comunista, Gennadij Zjuganov, ebbe la caparbietà di concorrere.
Putin, preconizzò, una volta insediatosi al Cremlino, che l’unica promessa perseguibile sarebbe stata quella di non farne.
Nel 2000, il federalismo russo fu diasporico, poiché diviso in 89 regioni, formate da Repubbliche, Ocrug e Kraj. Il presidente Putin, capì che le regioni in questione stessero tentato di eludere le tassazioni imposte da Mosca. Decise quindi di esautorarle per poi fagocitarle in 7 super-regioni guidate da deputati plenipotenziari subordinati al Presidente Federale.
La sua politica fu improntata sin da subito sull’epurazione degli oligarchi, talvolta, finendo allo scontro con gli stessi.
Il caso più controverso fu quello dell’oligarca Boris Abramovič Berezovskij. Esulato in Inghilterra e
trovato asfittico, poi dichiarato deceduto, nella sua camera da letto.
Putin, nel corso dei suoi mandati presidenziali, fu spesso additato come responsabile e mandante di oscuri ed efferati omicidi di vari dissidenti e oppositori. Ultimo in ordine cronologico quello di Aleksej Naval’nyj, nel 2024, nel carcere di massima sicurezza situato nella Russia Siberiana Occidentale dove era detenuto. In passato, Naval’nyj fu vittima di avvelenamento. La vicenda non fu mai del tutto dipanata.
Il suo pensiero sulle politiche statunitensi, vennero interpretate come una chiara prosecuzione della politica della contrapposizione: l’acquiescenza della Russia agli Stati Uniti d’America.
Reputò, inoltre, l’espansione della NATO verso est, come una minaccia esistenziale per la Russia.
Nel 2001 sostenne gli U.S.A. nella lotta al terrorismo internazionale, condannando fermamente gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, che contarono 2.997 vittime.
L’anno successivo collaborò con la NATO nel vertice di Pratica di Mare, alla presenza del Segretario generale, dei Capi di Stato e di Governo facenti parte dell’Alleanza Atlantica: in primis il Presidente del Consiglio Italiano, Silvio Berlusconi e il Presidente degli Stati Uniti, George W. Bush. Con quest’ultimo siglò un’intesa sulla riduzione degli arsenali nucleari.
Nel marzo 2003, venne confermato alla Presidenza della Russia con il 71.2% dei consensi.
Il 7 agosto 2008 impose l’invasione della Georgia. Il casus belli fu l’offensiva georgiana contro l’Ossezia del Sud, regione separatista filo-russa. Inoltre, Putin temeva che la Nato potesse espandersi inglobando la Georgia. Il conflitto durò solamente 5 giorni anche grazie alla continua mediazione e ai proficui negoziati intrattenuti dall’allora Presidente della Repubblica Francese, Nicolas Sarkozy.
Nel 2012 e nel 2018 venne ulteriormente confermato al Cremlino con il 60% dei voto favorevoli.
Dal 25 giugno all’1 luglio del 2020 si tenne il referendum costituzionale avanzato dal partito di Putin, Russia Unita, nel quale venne richiesto ai cittadini russi di esprimersi sull’eliminazione del limite dei 2 mandati per la candidatura alla presidenza federale e di procrastinarne la durata: da 4 a anni.
Vi furono anche quesiti sulla regolazione della questione pensionistica e sul divieto di unione matrimoniale costituzionale tra soggetti di sesso eguale.
La popolazione avallò i quesiti referendari con l’80% dei voti favorevoli.
Nel 2022 lanciò un piano imperialista, definito “Operazione Speciale”, ordinando l’invasione su larga scala dei territori ucraini, riconoscendo le Repubbliche indipendenti autoproclamate di Luhansk e Donetsk, in Dombass.
L’anno successivo, la Corte Penale Internazionale dell’AJA ha emesso un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti.
Ricandidatosi nel 2024, ha vinto le elezioni con il plebiscitario risultato del 90% dei consensi.
L’ascesa al potere di Vladimir Putin, quindi, ha fortemente influenzato, a prescindere da come la si pensi, gli ordini globali.
Cristian De Paola