LO STATO ECOLOGICO – LA NUOVA TEORIA SOCIO-ECONOMICA DEL RICERCATORE E FISICO AMERICANO ERALD KOLASI

Erald Kolasi è un ricercatore associato presso l’Income and Benefits Policy Center dell’Urban Institute con sede a Washington DC fondata dal presidente americano Lyndon B. Johnson nel 1968. Sviluppa modelli e simulazioni al computer per studiare gli effetti delle politiche pensionistiche ed economiche proposte. Le sue aree di ricerca includono i sistemi pensionistici statali e locali, la sicurezza sociale e il bilancio federale. Kolasi ha conseguito la laurea in fisica e storia presso l’Università della Virginia e ha conseguito un master e un dottorato di ricerca presso la George Mason University, entrambi in fisica, attualmente impiegato a tempo pieno presso la Navy Federal Credit Union come Assistant Manage Supervisor, Business Analytics e Senior Predictive Modeler.

Secondo la nuova teoria di Kolasi il destino di tutti i sistemi economici è scritto nei flussi di energia che ottengono dal mondo naturale. La collettività umana dipende molto dalla natura: in tutto. Nel suo nuovo libro, The Physics of Capitalism”, Erald Kolasi esplora la profonda fisica ecologica dell’esistenza umana sviluppando un nuovo quadro teorico per comprendere la relazione tra i sistemi economici e il più ampio mondo naturale.

La natura è piena di sistemi complessi e dinamici che interagiscono costantemente con le nostre società. Le interazioni fisiche collettive del mondo naturale guidano e forgiano molte caratteristiche fondamentali delle società e delle civiltà umane. 

Un nuovo modello: lo Stato Ecologico

Lo Stato Ecologico non è visto come un’astrazione da una società ecologica ma è attraverso l’Analisi delle dinamiche dello Stato che si analizzano le dinamiche della società. Kolasi per la sua nuova teoria parte da una fondamentale lavoro del 1997, A History of World Agriculture, degli scienziati Marcel Mazoyer e Laurence Roudart che hanno coniato il termine Valenza Ecologica per descrivere la capacità di una specie di massimizzare la propria densità di popolazione in ambienti diversi. Alcuni organismi, come i batteri, sono in grado di vivere in ecosistemi sia normali che estremi, il che è un modo per dire che hanno un alto livello di Ecovalenza.

Altri organismi richiedono ambienti molto più ristretti; non troverete orsi polari che vagano per l’equatore, segno sicuro che gli orsi polari hanno una bassa ecovalenza. Prenderemo in prestito questo termine utile e lo modificheremo leggermente per i nostri scopi, ridefinendo l’Ecovalenza come la capacità degli organismi di sostenere o aumentare i flussi biofisici in risposta alle interruzioni esterne nelle ecozone circostanti. Nel contesto degli animali selvatici, l’ecovalenza potrebbe essere una misura della loro adattabilità quando interagiscono con la civiltà umana.

Per la civiltà stessa, l’ecovalenza rappresenta l’obiettivo centrale: la protezione del nostro modo di vivere di fronte alle instabilità naturali caotiche. Introduco il termine Valerismo per catturare questa nuova prospettiva ecologica. Il Valerismo è una combinazione di valenza e rigenerazione. Valenza sta per la raccolta di modalità di gruppo stabili che mantengono attività economiche sostenibili. La rigenerazione è l’idea che le attività sociali dovrebbero nutrire e rigenerare il mondo naturale, non sfruttarlo per obiettivi a breve termine. Il Valerismo è compatibile con alcune forme di socialismo e altri movimenti democratici focalizzati sulla creazione di una relazione reciproca tra la civiltà umana e il mondo naturale.

L’obiettivo centrale dello Stato Valerista è il perseguimento della stabilità macroenergetica, che rende il sistema valeristico molto diverso dal capitalismo, che è fortemente caratterizzato dalla prospettiva ingannevole di una crescita infinita. In questo contesto, stabilità significa che la produzione e il consumo stanno cambiando e fluttuando attorno a un equilibrio energetico predefinito. L’equilibrio stesso potrebbe essere definito dalle condizioni locali, riflettendo la confluenza di fattori sociali e politici che dominano in una particolare economia. Sebbene la crescita possa certamente verificarsi in un sistema valeristico, la crescita stessa non sarebbe mai il principio organizzativo dell’economia.

Per superare la crisi ecologica e per evitare che un’altra si ripeta a causa dell’attività umana, un’economia valerista deve imporre limiti all’uso e al consumo di energia aggregata (throughput). Questi limiti potrebbero anche essere associati a vincoli sul consumo di materiali e sulla produzione di merci. Inoltre, la società deve anche porre limiti e vincoli all’accumulo di ricchezza finanziaria, poiché ingenti somme di denaro sono spesso una porta per accedere a più energia per i più ricchi.

Nonostante sia vero che l’abbondanza delle risorse naturali imponga dei limiti stringenti che non possono essere aggirati (principio di conservazione della massa e dell’energia), la maggior parte delle scarsità economiche che regolano le nostre vite sono sociali ed artificiali. Infatti, domanda e offerta non sono affatto osservabili fisiche o forze naturali! Esse sono realtà artificiali stabilite da un ambiente sociale interattivo che coinvolge governi, aziende, istituzioni e classi. In altre parole, esse sono semplicemente dei costrutti nati per rispondere alla domanda: Chi prende cosa?

Kolasi in un articolo scritto su Monthly Review analizza scientificamente la questione economica ed ecologica globale su base quantitativa, oltre che meramente qualitativa, per lui infatti il problema centrale dell’economia non risiede nel concetto di scarsità, ma la verità è che in un regime capitalista tale scarsità artificiale è innalzata al rango di realtà sociale e ciò avviene perché le economie umane sono sistemi dinamici alimentati da flussi di energia, ed il loro buon funzionamento richiede la presenza di stabilità quando immerse in un ambiente incerto. Se le instabilità ecologiche rendono difficile per un’economia continuare a raccogliere energia, allora quell’economia è suscettibile di continui collassamenti, anche se molta energia e risorse rimangono disponibili al consumo.

A causa della pandemia da coronavirus, l’economia globale sta sperimentando il peggior cataclisma dalla Seconda Guerra Mondiale non perché vi sia assenza di risorse, ma perché meccanismi di feedback caotici tra la Natura e la società hanno il potere di destabilizzare cicli di attività economica. Il problema centrale dell’economia, secondo Kolasi non è rappresentato dalla scarsità, bensì dalla stabilità del flusso di beni e risorse ed, in particolar modo, dalla stabilità delle ecozone che agiscono come riserva primaria di energia. L’obiettivo principale di qualsiasi sistema economico dovrebbe dunque essere quello di assicurare la stabilità e la sostenibilità indipendentemente dalle perturbazioni naturali esterne, che hanno da sempre giocato un ruolo dominante nello sviluppo della storia umana.

Nonostante il concetto di stabilità sia più o meno noto a tutti, è bene chiarirne la sua applicazione fisica alla società. Il termine stabilità assume senso fisico riferito alle vicende sociali solo all’interno del concetto di equilibrio dinamico, il quale rappresenta un intervallo di consumi di energia (accettabili) da parte della civiltà umana che le permette di funzionare senza trasgredire i limiti energetici planetari. Ovviamente, nessuna società riuscirebbe mai a mantenere costanti i propri tassi di consumo di energia in epoche differenti, ed ecco perché vedere la stabilità come un equilibrio dinamico vincolato dalle risorse naturali offre alla civiltà più equilibrio e flessibilità mentre cerca di coesistere con il mondo naturale. Le economie assorbono energia dal mondo naturale e ne convertono una parte per alimentare i loro cicli di produzione, distribuzione e consumo. Un sistema ecologico necessita di dare la priorità alla stabilità dei flussi di energia che sostengono tali cicli economici produttivi. Ciò implica primariamente di stabilizzare i tassi di conversione dell’energia e dei consumi. La frazione del consumo totale che una civiltà converte in forme utilizzabili di energia è definita come l’efficienza energetica aggregata. Dal momento che tale efficienza energetica aggregata non varia apprezzabilmente all’aumento del consumo di energia da parte delle economie, gran parte di quel consumo di energia extra viene sprecato e dissipato (spesso nocivamente) nell’ambiente. Tali perdite energetiche hanno profondamente riorganizzato l’ecosfera del nostro pianeta negli ultimi due secoli di capitalismo al punto che l’intensificarsi dei disturbi ecologici è diventato una grave minaccia per la stabilità dei flussi energetici che alimentano i nostri sistemi economici.

La toria economica neoclassica – liberista pura – del ventesimo secolo implica che i governi possono occasionalmente intervenire per fissare problemi transitori causati dalle attività del mercato, ma che i mercati sistemeranno le cose solo nel “lungo termine”. Di fatto, il concetto di “mercato libero” è in gran parte un’astrazione perché, in pratica, tutti i governi hanno un forte impatto sulle dinamiche del mercato. I capitalisti (ri)corrono allo Stato quando hanno bisogno di denaro e favori ma, per il resto, le loro interazioni con i governi si limitano, nel migliore dei casi, all’accertarsi che le loro operazioni siano legittime. Inoltre, non esiste nulla che terrorizzi l’ortodossia neoliberista regnante più dello spettro della nazionalizzazione, il trasferimento di beni dalla proprietà privata a quella pubblica. Quando gli economisti liberali e conservatori criticano la nazionalizzazione, sono prevalentemente ossessionati dal concetto di efficienza. Tale concetto nebuloso non ha una definizione universalmente accettata e diversi studi di ricerca si concentrano su vari aspetti del termine. Per i gruppi economici dominanti, l’obiettivo principale è abbassare i costi di produzione come un possibile metodo per aumentare la redditività. In generale, qualsiasi risultato che aumenti i profitti è considerato efficiente. Per molti economisti, l’efficienza ha più a che fare con l’allocazione ottimale delle risorse, in modo tale che nessuna nuova allocazione può avvenire senza danneggiare qualcun altro (la cosiddetta ottimalità di Pareto), un criterio progettato per favorire lo status quo (a volte corrotto), che in effetti costituisce un diritto alla disuguaglianza. Il capitalismo stesso ha la tendenza a centralizzare la pianificazione economica nelle mani di poche potenti corporazioni, che poi controllano la distribuzione delle risorse per altri individui ed altre società. Un esempio contemporaneo è Amazon, che stabilisce i prezzi attraverso la pianificazione centrale per miliardi di merci diverse. I prezzi, dunque, non rappresentano indicatori innocenti della domanda e dell’offerta, o segnali imparziali sullo stato fisico dell’economia. I prezzi funzionano più come quantificatori simbolici del potere sociale, mediato da lotte di classe, monopoli, oligopoli e rivalità istituzionali.

Un importante studio sull’ondata di privatizzazioni britanniche negli anni ‘80 non ha rivelato alcuna prova sistematica che le società private fossero più efficienti delle società pubbliche che avevano sostituito. Gli autori hanno concluso che “è difficile sostenere in modo inequivocabile l’ipotesi che la proprietà privata sia preferibile alla nazionalizzazione per motivi di efficienza”. Un altro importante studio sulla privatizzazione delle banche indiane ha concluso che le banche pubbliche avevano una maggiore efficienza produttiva di quelle private. Le argomentazioni basate sul concetto di efficienza contro la nazionalizzazione sono quindi fortemente discutibili, specialmente dal punto di vista di un sistema ecologico, che ha bisogno che lo Stato abbia un controllo diretto sulle leve di produzione e distribuzione come mezzo per modulare i flussi di energia connessi all’economia.

Ecco che diventa impellente dunque un cambio di paradigma. Il superamento del capitalismo richiederà non solo tassi più bassi di consumo di energia da parte delle economie avanzate del mondo industrializzato, ma anche un cambiamento radicale del modo in cui comprendiamo lo scopo dell’attività economica, l’affrancarsi dall’attuale ossessione per la crescita – misurata attualmente in termini di prodotto interno lordo – ed una maggiore attenzione alla stabilità energetica.

La crisi ecologica è in gran parte un prodotto di persone, paesi e aziende molto ricchi che sfruttano le risorse del pianeta per il proprio guadagno economico. Il capitalismo dipende dal degrado ecologico perché ha bisogno di estrarre rapidamente grandi quantità di risorse naturali, fabbricare i prodotti corrispondenti e poi mercificare il surplus risultante nei mercati globali. I capitalisti non possono ridurre rapidamente i loro metodi di produzione e distribuzione ad alta intensità energetica senza minacciare i propri tassi di profitto. Poiché non ci si può aspettare che questo nesso di corruzione ripulisca la propria sporcizia, dobbiamo rivolgerci a qualcosa che possa farlo. Lo Stato è l’unica istituzione sociale abbastanza potente da frenare e limitare i modi economici del capitalismo ad alta intensità energetica. Dunque: quale dovrebbe essere il ruolo dello Stato in una società ecologica?

È certamente possibile avere società sane con tassi di consumo energetico molto più bassi di quelli che attualmente prevalgono in gran parte dell’Occidente. Questo perché la quantità totale di energia che utilizziamo non è l’unico indicatore importante del progresso sociale. È importante anche come è organizzata la società, come vengono istruite le persone, come viene distribuita la ricchezza e, tra altri fattori, come proteggiamo i nostri ambienti naturali. In ogni caso, l’unico modo realistico per imporre questi vincoli energetici è avere un forte controllo pubblico e collettivo sui settori dominanti dell’economia. Un sistema valeristico consentirebbe comunque l’esistenza di mercati di scambio privati. Si può comunque andare al mercato locale e mangiare nel tuo ristorante preferito; il governo non porterà via queste cose. Ma per impedire alle corporation di accumulare troppa ricchezza e potere e impedire che diventino divorattrici di energia che minacciano la stabilità ecologica del pianeta, lo Stato dovrebbe essere coinvolto nella loro proprietà e amministrazione, che in molti casi implicherà un qualche tipo di nazionalizzazione. In tal modo, lo Stato Valerista metterebbe anche un freno alle spietate tendenze del capitalismo moderno a saccheggiare le risorse naturali e mercificarle per grandi profitti sui mercati globali. In sintesi, le caratteristiche fondamentali del Valerismo come sistema economico sono le seguenti: un tasso medio di consumo energetico compreso tra 30.000 e 70.000 kilocalorie, l’organizzazione della vita economica intorno al principio di stabilità invece che di crescita, controllo collettivo e democratico sull’estrazione e distribuzione delle risorse naturali e un mercato di scambi strettamente regolamentato in cui i privati possono cercare di ottenere profitti acquistando e vendendo determinati beni e servizi. Questo programma ci permetterebbe di muoverci verso una società più equilibrata e stabile anche per la continuazione sicura della nostra civiltà industriale.

Note bibliografiche

– “La fisica del capitalismo: come una nuova ecologia politica può cambiare il mondo” di Erald Kolasi;

– “Lo Stato Ecologico” recensione di Giuseppe Cassone – ricercatore presso l’Istituto per i Processi Chimico-Fisici del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IPCF-CNR) di Messina – su Erald Kolasi.

Marcello Grotta