IL MEDIO ORIENTE ANCORA IN GUERRA,  PROSPETTIVE E SCENARI FUTURI

L’attacco israelo-statunitense all’Iran è iniziato il 28 febbraio con un’operazione congiunta da parte dei due paesi sopraccitati, contro obiettivi militari, civili, uffici pubblici e personale elitario di comando. 

Né il ministro della Difesa (guerra) americano, né quello israeliano, hanno preventivamente informato gli omologhi dei paesi alleati dell’imminente attacco, esponendo i vari governi a feroci critiche pervenute dalle opposizioni politiche.

All’operazione israeliana è stato dato il nome “Ruggito del Leone”, mentre, il Pentagono, ha intitolato quella statunitense “Epic Fury” (Furia Epica). In risposta, l’Iran ha lanciato la rappresaglia “Vera Promessa 4”, consistente in un’ondata di attacchi balistici e attraverso l’utilizzo di droni kamikaze nel Medio Oriente e a Cipro.

Il tutto ha avuto abbrivio solamente due giorni dopo la conclusione di una serie di colloqui indiretti tenutisi a Ginevra con la mediazione dell’Oman, dove, tra la moltitudine di richieste avanzate da entrambe le compagini coinvolte, vi è l’ordine da parte degli USA di interrompere ipso facto il programma di proliferazione nucleare di Teheran.

Il 17 febbraio, nel corso dei negoziati in Svizzera, il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi, ha dichiarato che i due paesi hanno raggiunto un’intesa su alcuni punti cardine, pur ammettendo con estrema franchezza che l’accordo è ancora distante. Il 20 febbraio, alcuni funzionari mediorientali ritengono più plausibile uno scontro militare che un accordo diplomatico, vaticinando di fatto l’attacco del 28 febbraio.

Infatti, il 26 febbraio, l’ultimo incontro tra le fazioni negoziatrici, si conclude senza alcun accordo.

Per comprendere appieno le motivazioni che si trovano alla base dell’attacco statunitense, occorre necessariamente precisare che la crisi scoppiata il 28 febbraio, è figlia di un infausto periodo recessivo iraniano: l’inflazione, nei mesi precedenti era arrivata al 40%, e la moneta nazionale (il Rial) crollata fino a un milione di Rial per un dollaro americano e la popolazione sempre più mesta e desolata. Tutto ciò, è l’esito delle sanzioni internazionali inflitte dai paesi esteri e “nemici” di Teheran, aggravatesi in seguito allo scatto del meccanismo “Snapback” delle Nazioni Unite, che aveva riattivato tutte le pene cancellate nel 2015 dopo che l’Iran aveva ripreso ad arricchire l’uranio oltre i limiti concordati (3.67%).

Di reazione, il governo di Teheran si era aggrappato alla Cina. La quale acquistava circa il 90% del petrolio iraniano esportato (circa un milione e mezzo di barili al giorno) a prezzi esigui e spesso pagando tramite baratto di tecnologie militari e altri business.

Il popolo iraniano, non accettando questo tipo di coercizione imposta causata dalle politiche del regime teocratico, si è riversato in massa nelle maggiori piazze, sostenendo slogan come “Morte al dittatore”, scatenando l’ira del governo che, in risposta, dopo un’iniziale parvenza di cooptazione e dialogo, ha disposto il blocco di internet, feroci repressioni manu militari, arresti preventivi e oltre quarantamila morti.

Dalla parte opposta del globo, il presidente degli Stati Uniti, Donald J Trump, ha inizialmente intimidito il regime dell’Iran, minacciando un intervento militare come risposta al sangue sparso dalle milizie iraniane. Ma con il passare dei giorni e con il protrarsi delle mobilitazioni, la linea della Casa Bianca ha cambiato il suo approccio: la possibilità di un attacco imminente è stata utilizzata come strumento di pressione per imporre a Teheran di rivedere il dossier sul programma nucleare.

Quella iraniana, può essere definita una dittatura teocratica ibrida. Il suddetto paese, è dicotomizzato in una parte democratica con a capo il presidente Masoud Pezeshkian e il parlamento. E in un’altra facciata composta dalla Guida Suprema, l’Ayatollah, colui che decide concretamente. Khamenei, la Guida poi uccisa nel corso dei bombardamenti israeliani, guidava il paese dal 1989, succedette a Khomeini, primo Ayatollah, insediatosi in seguito alla rivoluzione islamica e alla deposizione, nel 1979, dello Scià di Persia. Quest’ultimo, pose in essere la nascita della prima Repubblica Islamica della storia.

Khamenei, in qualità di Guida Suprema, aveva pieno controllo dei Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione.

L’attacco all’Iran non è una prima assoluta. A giugno 2025, per la prima volta le forze aeree americane hanno bombardato, con i velivoli bombardieri “B2”, le infrastrutture nucleari di Isfahan, Natanz, Fordow e Teheran, per impedire la proliferazione atomica del paese. Nei giorni precedenti, si era consumata quella che il presidente Trump aveva ribattezzato come la “Guerra dei 12 giorni”: un confronto militare tra Israele e Iran, iniziato nella notte tra il 12 e il 13 giugno con una serie di raid balistici israeliani contro numerosi obiettivi della Repubblica Islamica.

Già a seguito del sanguinoso attacco di Hamas ai danni di Israele del 7 ottobre 2023, i flebili equilibri geopolitici regionali vennero modificati, aumentando la pressione sull’Iran e sui suoi alleati, i componenti del cosiddetto “Asse della Resistenza”, composto dal partito-milizia libanese di Hezbollah, il movimento Houti in Yemen e altre milizie sciite.

Gli USA considerano l’Iran come una potenza ostile sin dalla rivoluzione del 1979 ma le tensioni si sono esacerbare in seguito al solerte piano di produzione dell’ordigno atomico da parte di Teheran. Washington ritiene che il fatto che l’Iran possa dotarsi di potenza nucleare a scopo militare sia un serio pericolo per la sicurezza nazionale e per l’incolumità dello Stato di Israele. Tuttavia, nonostante nel corso dei decenni si siano susseguiti incidenti diplomatici e momenti di ardua ed elevata tensione, non si era mai arrivati ad una degenerazione tale come quella attuale.

Bisogna però ricordare che lo scenario geopolitico in Medio Oriente, già da decenni era incendiato dai vari teatri di guerra presenti sul territorio: Iraq, Afghanistan, Siria etc.

Nei giorni precedenti all’operazione, gli Stati Unti hanno schierato nel mar Mediterraneo orientale le portaerei “G.Ford”, la più grande al mondo e l’unica a propulsione nucleare , e la “A.Lincoln”, oltre a sottomarini, cacciatorpediniere e fregate: un ingente dispiegamento che non si verificava dalla guerra in Iraq del 2003.

L’offensiva del 28 febbraio scorso, è potuto realizzarsi a seguito di un elucubro lavoro dell’intelligence americana, la CIA e dei servizi segreti israeliani del Mossad.

La CIA ha seguito gli spostamenti di Khamenei per mesi, manomettendo finanche le telecamere di video sorveglianza poste nelle zone limitrofe della residenza del’Ayatollah. 

L’attacco, eseguito con estrema meticolosità dall’aviazione israeliana, si è verificato alle 09:40 del mattino, dopo aver ricevuto la notizia che la Guida Suprema si trovava al secondo piano del palazzo per un consesso di guerra. Per ore, Khamenei è risultato scomparso, ma prima della notte, il cadavere è stato recuperato sotto le macerie del sito cannoneggiato dai missili. La foto del corpo è stata poi mostrata a Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano e al presidente statunitense Trump, che tramite un post sul social Truth ha annunciato al mondo la morte del dittatore, scrivendo: “Khamenei, una delle persone più malvagie della storia, è morto…”

Con l’Ayatollah, sono deceduti anche il comandante dei Pasdaran, il ministro della Difesa, il consigliere della sicurezza nazionale e altri esponenti di rilevanza politici e militari.

Nello stesso giorno, la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh di Minab, nella provincia di Hormozgan, nel sud dell’Iran, è stata distrutta durante l’orario scolastico, presumibilmente a causa dell’impatto di un missile statunitense. Le vittime sarebbero circa 180.

Nelle prime ore del 1° marzo, i media iraniani annunciano la morte della Guida Suprema, proclamando 40 giorni di lutto nazionale.

La rappresaglia iraniana si è abbattuta sin da subito verso Israele, su diversi altri paesi del Golfo Persico e in particolare modo su Emirati Arabi, Qatar, Kuwait, Arabia Saudita e Bahrain, quest’ultimo, peraltro, sede della quinta Flotta americana.

La motivazione principale è la presenza di basi militari americane nel territorio e la stipulazione di vari accordi commerciali tra i paesi sopra riportati e gli Stati Uniti.

L’Iran ha sferrato più di 600 droni e 200 missili solamente sugli Emirati Arabi, colpendo anche l’iconico hotel di lusso Burj Al Arab, il Terminal 3 dell’aeroporto internazionale di Dubai e distruggendo parzialmente la facoltosa isola artificiale “The Palm”. Gli attacchi di rappresaglia hanno causato 3 morti e centinaia di feriti solo a Dubai, capitale emiratina.

L’Arabia Saudita, ha intercettato la maggior parte dei proiettili indirizzati verso il territorio saudita con i sistemi Patriot e THAAD.

In Iraq l’operazione ha contribuito all’acuirsi di tensioni interne: a Baghdad si sono registrate manifestazioni di significativa rilevanza, concentrate soprattutto nelle aree adiacenti alla zona Verde e all’ambasciata americana. Le proteste si sono estese anche in Pakistan e in altri paesi della regione mediorientale.

La rapida escalation ha prodotto un immediato impatto anche sul traffico aereo civile regionale, spingendo le compagnie aeree a ridurre o azzerare del tutto i voli.

Il 4 marzo, i Pasdaran, le guardie della rivoluzione, hanno annunciato la chiusura dello stretto di Hormuz, un corridoio d’acqua tra Iran e Oman che collega il Golfo Persico all’oceano Indiano, attraverso il quale transita circa 1/5 (20%) del petrolio globale. Attualmente circa 150 petroliere sono bloccate nello stretto. Le grandi compagnie petrolifere hanno già impartito alle proprie navi l’ordine di dirigersi verso altri porti, oppure di sospendere i transiti, cosi come deciso dalla multinazionale tedesca Hapag-Lloyd.

Il prezzo del Brent (riferimento europeo per il petrolio) è già aumentato da 73 a 80 dollari al barile, e si stima che possa giungere presto fino a 120-150 dollari al barile se il blocco navale dovesse proseguire.

Ad oggi, esistono rotte alternative ma riuscirebbero a coprire solamente il 13-15% del flusso di greggio abituale, esponendo i mercati globali ad un deficit corposo.

Per l’Italia esiste un problema specifico: il Qatar è il primo fornitore di gas naturale liquefatto via mare dell’Europa, con il 45% delle importazioni, e quel gas deve passare attraverso lo stretto di Hormuz: se il passaggio continuerà a rimanere chiuso, assisteremo ben presto ad un vertiginoso ed inesorabile aumento dei prezzi.

Il 3 marzo, le forze militari libanesi di Hezbollah, hanno avviato un atto di rappresaglia verso Israele contro l’uccisione di Ali Khamenei. Il governo di Netanyahu ha risposto autorizzando un invasione terrestre del Libano, con l’obiettivo di occupare posizioni strategiche.

Il giorno seguente, la fregata moderna della Marina della Repubblica Islamica, di rientro dall’International Flette Review 2026, un ‘esercitazione navale internazionale tenutasi a Visakhapatnam, in India, a circa 25 miglia dalla costa dello Sri Lanka, in acque internazionali, è stata colpita da un missile partito da un sottomarino statunitense, segnando il primo affondamento di una nave nemica da parte di un sottomarino USA dalla Seconda guerra mondiale e il primo caso ufficialmente riconosciuto di una nave di superficie nemica distrutta da un sottomarino dopo quello dell’incrociatore argentino ARA General Belgrano (C-4) durante la guerra delle Falkland. 

Il Pentagono ha rivendicato l’operazione, pubblicando un video ufficiale su X che mostra il lancio del siluro Mk 48, un missile ad alte prestazioni con un raggio d’azione fino a 70 km a detonato sotto la griglia poppiera della fregata iraniana.

Il 5 marzo, due droni kamikaze hanno colpito l’exclave azera della Repubblica autonoma di Naxçivan. Il governo dell’Azerbaigian attribuito la responsabilità dell’attacco agli iraniani.

L’Iran ha condotto una serie di attacchi verso il Bahrain e contro i territori d’oltremare britannici a Cipro, dove ha colpito la base di Akrotiri e Dhekelia, facendo mobilitare la Royal Air Force britannica, la marina greca e mettendo in allerta le forze militari europee.

La Francia, a seguito dell’operazione, ha riposizionato la portaerei Charles de Gaulle (R91) e ha elevato il livello difensivo, come ordinato dal presidente Emmanuel Macron. Insieme a Germania e Regno Unito ha emesso una nota congiunta annunciando “azioni difensive proporzionate”.

L’inquilino dell’Eliseo ha partecipato attivamente alle riunioni d’emergenza del Consiglio dell’Unione Europea per rivedere la missione Aspide, enfatizzando un inasprimento delle regole di ingaggio contro le minacce iraniane nel Golfo.

 Macron ha inoltre ordinato un aumento delle testate nucleari, passando dalle attuali 290 a un quantitativo imprecisato, dichiarando che la Francia non comunicherà più il numero esatto esclusivamente per ragioni di natura strategica.

L’Italia, invece, ha attivato immantinente l’Unità di Crisi della Farnesina, sottolineando che secondo il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Tajani, “non si tratterà di una guerra lampo”.

Il Presidente Meloni ha inoltre annunciato l’intenzione di inviare assistenza specifica per la difesa aerea ai paesi del Golfo Persico colpiti da attacchi iraniani, seguendo l’esempio di Regno Unito, Francia e Germania.

Il governo spagnolo ha invece espresso una condanna netta, rifiutando ogni coinvolgimento e privilegiando i canali diplomatici. Il Presidente Pedro Sanchez ha aspramente criticato gli attacchi ed ha impedito agli Stati Uniti di poter usufruire delle basi militari spagnole per colpire l’Iran, scatenando l’ira del Presidente Trump.

Nel corso della notte tra il 7 e l’8 marzo, fuori l’ambasciata statunitense di Oslo è stato avvertito un forte boato da deflagrazione. Mentre in Iran sembra si sia arrivati alla decisione finale sul successore della guida suprema Khamenei.

Ora, gli scenari plausibili, appaiono essere tre: il primo è la de-escalation: l’Iran, sotto pressione militare ed economica scende a compromessi con USA e Israele. Il secondo prevede che i Pasdaran prendano esplicitamente il potere. Il terzo è il crollo del sistema: vuoto di potere, attacchi armati e sobillazioni interne si sommerebbero, delineando un totale collasso interno. Quello che verrebbe dopo, però, potrebbe non essere una democrazia liberale.

Cristian De Paola